venerdì 24 giugno 2022

Rolling Stones, a Milano concerto «alla faccia di chi ci vuole male»

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Richards scaccia il malocchio con la Telecaster, Jagger bara sugli anni che passano: erano leggende, oggi sono meme. E si prendono San Siro


di Francesco Prisco

22 giugno 2022


Nella percezione dei Rolling Stones da parte del pubblico italiano c’è evidentemente un prima e un dopo i memorabili doppiaggi in abruzzese di Mick e Keith realizzati da Fabio Celenza: «prima» le rockstar britanniche da queste parti erano solo leggenda, adesso sono anche un meme. Insieme, diventano patrimonio comune per chi 60 anni fa c’era e per chi continua a scoprirli adesso, meravigliose maschere di chi tanto ha vissuto ed è meravigliosamente sopravvissuto. Chi li ha visti a San Siro il 21 giugno, nell’unica data italiana dello Stones Sixty Tour, non potrà fare a meno che confermare.

«Alla faccia di chi ci vuole male»

Lo stadio di Milano esplode letteralmente quando Richards, poco prima della sua consueta parentesi canora, sbiascica in italiano un divertentissimo «alla faccia di chi ci vuole male» che potrebbe essere stato scritto da Celenza. Un’epifania, una rivelazione. E il tormentone jaggeriano di Celenza «Faffiga» campeggia sulle maglie di molti dei 57mila fan presenti a San Siro. In Italiano Jagger parla per quasi tutta la durata dello show: ha studiato la lingua nelle sue ripetute visite tra Sicilia e Toscana ed è migliorato sensibilmente, rispetto ai precedenti show nel nostro Paese. Jagger, Richards e Wood non sono più (soltanto) delle rockstar assolute, sono diventati amici di famiglia e la cosa si percepisce. Questione di empatia: la gente c’è perché a questi splendidi (quasi) 80enni vuole bene, poco importa se magari non conosce tutte le perle anni Sessanta dispensate dalla scaletta.



Si ride, si canta, si balla e si piange

È proprio come quando incontri dei vecchi amici di famiglia: si ride, si canta, si balla insieme, magari ogni tanto ci si commuove pure, come nellomaggio introduttivo a Charlie Watts, batterista e membro fondatore degli Stones scomparso meno di un anno fa («Ci manca tanto», dirà Mick). Alle 21.15 un fulmine si abbatte su San Siro: i Glimmer Twins irrompono sul palco con Street Fighting Man, singolo dell’ultimo periodo Decca: Mick si dimena come se non ci fosse stato un Covid a far saltare le date di Amsterdam e Berna (ricercatori di tutto il mondo, studiate il suo sangue!), Keith - cappellino giallo alla Jacques Cousteau e occhialini da scienziato pazzo - asfalta tutti con la Telecaster settata almeno al doppio del volume della chitarra di Ronnie, giusto per far capire chi comanda la baracca.

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Tra i Sessanta e i Settanta

Gli anni Sessanta stonesiani sono i grandi protagonisti della serata (The 19th Nervous Breakdown), i Settanta comunque imprescindibili: come fare a meno del fatalismo dolceamaro di Tumbling Dice, con il suono compatto dei due sax affidati a Karl Denson e Tim Ries? Chuck Leavell, veterano di mille battaglie rock, tira fuori il clavicembalo per accompagnare Out of time, pezzo memorabile del repertorio Sixties. Ripensi ai ragazzi che erano e che, nonostante tutto, continuano a essere, non puoi fare a meno di commuoverti: è uno dei momenti più intensi dello show. Parentesi Sticky Fingers con Mick alla chitarra per Dead Flowers e San Siro che si accende dei flash degli smartphone su Wild Horses mentre il pubblico canta. «Milano, siete famosi per il canto. Adesso tocca a voi», grida Jagger. Ed è subito You can’t always get what you want, con l’intro di corno francese di Matt Clifford, un impeccabile assolo di Ronnie e una coda gospel guidata dal capo corista Bernard Fowler.


L’«argento» di Keef

C’è una sola concessione al repertorio recente: Living in a ghost town, pezzo che fotografa alla perfezione i giorni bui del lockdown dove la sezione ritmica composta dal fidato Darryl Jones (basso) e dalla new entry Steve Jordan alla batteria vira verso il reggae, mentre Mick gioca a fare Cappuccetto Rosso con un trench di seta, come ai tempi di Exile on Main Street. Miracoli su miracoli: l’Italia è stretta nella morsa della siccità eppure, sul prato di San Siro, piove. Poi la temperatura si surriscalda per Honky Tonk Women: «Fa più caldo che nel quinto girone dell’Inferno», danteggia Mick. Che presenta la band: Ronnie Wood che è «il re della passerella», ma soprattutto Keef cui affida il microfono per una intensa You got the silver e Connection, ripescaggio da Between the Buttons che lui trasforma in chiacchiera da bar. Jones al basso giganteggia nell’assolo di Miss You, poi la lunga jam di Midnight Rambler, con citazione colta di Come in my kitchen, e il solito climax Start me up, Paint it black, Sympathy for the Devil, Jumpin’ Jack Flash.


L’omaggio all’Ucraina e il lapsus sugli anni che passano

Tra i bis ci sarà spazio per un omaggio all’Ucraina, con il logo Lips and Tongue che diventa giallo e azzurro su Gimme Shelter (si segnala il solo della vocalist Chanelle), oltre all’immancabile Satisfaction. «Quarantacinque anni fa abbiamo fatto il primo concerto in Italia. Grazie per essere ancora qui», dice Sua Satanica Maestà al pubblico. In realtà gli anni trascorsi dalla prima performance milanese al Palalido sono 55 (correva il 1967), non 45. Solo due persone al mondo possono permettersi il lusso di barare sul tempo che passa e farla franca: la prima è Sofia Loren, la seconda Mick Jagger. «Cause baby, baby, baby you’re out of time».


INVECE HA DETTO 55 ANNI GIUSTI!!!!!

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