giovedì 18 giugno 2026

Più chitarre, più politica, più Stones: la recensione di ‘Foreign Tongues’

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Preparatevi: il 10 luglio uscirà un disco migliore di ‘Hackney Diamonds’. Mick Jagger, Keith Richards e Ronnie Wood sanno ancora come si fa e il produttore Andrew Watt è l’uomo che li tiene sulla retta via del rock

DI   KORY GROW



In Divine Intervention, un pezzo su come ignorare l’apocalisse contenuto nel 25esimo album dei Rolling Stones, Mick Jagger confessa che a un certo punto era talmente preoccupato della fine del mondo da arrivare a consultare una sensitiva a Hollywood. “Le ho chiesto: qual è il mio futuro? Beh, lei ha vomitato”, canta su un boogie chitarristico che richiama Some Girls. Il messaggio del ritornello è che, anche quando il mondo sta finendo, “i valori distopici sono troppo bollenti per essere gestiti, e io me ne andrò in una fiammata”. Ecco, questo sì che è il Mick che conosciamo.


Dopotutto, l’uomo che ha cantato sia Time Is on My Side che Time Waits for No One, lo stesso che una volta ha detto che avrebbe preferito morire piuttosto che continuare a cantare Satisfaction a 45 anni, non ha mai dato l’impressione di preoccuparsi granché del futuro. Jagger, che dopo l’uscita del disco il 10 luglio compirà 83 anni, gli ha sempre preferito  il presente. Negli anni ’60 mentre Paul McCartney elaborava la fine di una relazione in Yesterday, Jagger liquidava la sua ex in Yesterday’s Papers. E se oggi nel suo ultimo album McCartney guarda con nostalgia ai ragazzi di Dungeon Lane, i ragazzi che si sono incontrati alla stazione di Dartford sembrano pensare ad altro, più interessati agli affari del mondo che ai ricordi del passato.

Ringing Hollow, un country-rock che fa venire in mente l’influenza esercitata da Gram Parsons sugli Stones, è una specie di lettera di addio di Jagger e Keith Richards agli Stati Uniti. “Ero follemente innamorato di te / Prima ancora di incontrarti”, canta Jagger. “Ho visto tutti i tuoi film / Ho fumato le tue sigarette”. Ma ora, continua, la Statua della libertà ha un’espressione corrucciata. Il testo è pieno di osservazioni ironiche e pungenti come “lasciate che i sognatori facciano il sogno che vogliono, la mia battuta preferita / Quindi fate girare il Fentanyl / Fate girare la coca… Quando le voci vengono soffocate / Voglio urlare a squarciagola”. Wow. Gli Stones amano ancora i loro fan americani, ma come in Sweet Neo Con, Undercover of the Night e Street Fighting Man, quando vedono un’ingiustizia non stanno zitti.

In Divine Intervention, una delle migliori canzoni di Foreign Tongues impreziosita da un bellissimo assolo blues di Ronnie Wood, Jagger descrive “miliardari che si fuggono in modo frenetico verso i loro rifugi nel cielo”. In Covered in You rappa che è “stanco di tutti questi autocrati, sembrano moltiplicarsi come una frotta di sudici ratti coi loro missili in parata”. Non cita mai il nome di Donald Trump, ma lancia una frecciata a uno dei suoi alleati in Mr Charm in cui chiama il primo uomo al mondo ad avere un patrimonio superiore ai mille miliardi “mad mogul Mr. Musk”.



In Never Wanna Lose You, un pop-rock con un basso funky e Robert Smith dei Cure ai sintetizzatori, Jagger mostra l’altro lato della vita dicendo alla sua amante che vivrebbe con lei persino a Napoli – o forse è Naples, Florida, visto che parla di un parcheggio fatiscente per roulotte. Diceva Aristotele che la politica è in fin dei conti la lotta tra poveri e ricchi (e, cosa tipica di Jagger, quest’uomo di ricchezza e gusto non accenna mai al fatto che lui e i suoi compagni di band sono multimilionari).

 



Tre anni fa Hackney Diamonds aveva il sapore del grande ritorno, essendo il primo album di materiale originale in quasi due decenni. Ed era ottimo. Alla band, che comprende anche il bassista Darryl Jones e il batterista Steve Jordan, ha fruttato un Grammy e ne ha consolidato lo status di più longevi hitmaker d’Inghilterra. Foreign Tongues, che probabilmente raccoglie alcuni brani rimasti allo stato embrionale durante le session di Hackney Diamonds, dà l’impressione di essere la continuazione del lavoro del gruppo e lo dico in senso positivo, perché il metodo di registrazione ha prodotto risultati altrettanto efficaci.


Tra le 14 canzoni ci sono pezzi rock tiratissimi (Hit Me in the Head, Rough and Twisted), ballate teatrali (Back in Your Life, l’eccellente Some of Us di Richards), cuori infranti in discoteca (Jealous Lover, Never Wanna Lose You), country da honky-tonk (Ringing Hollow) e una valanga di riff alla Chuck Berry (anche letteralmente, nella cover rispettosa di Beautiful Delilah). Nessuna svolta strana, zero esperimenti pop: solo il piacere rassicurante del loro classico stile.

Dopotutto, i Rolling Stones sanno perfettamente come deve suonare un loro disco. Restano fedeli al blues, all’R&B e al primo rock’n’roll e, nel caso rischino di deragliare, arriva Andrew Watt – già alla guida di Hackney Diamonds – a rimetterli nella giusta direzione. Oltre ad essere nominato come produttore ha ottenuto anche alcuni crediti, cosa rara, come autore al fianco di Jagger e Richards, ma forse avrebbe meritato anche quello di coscienza del gruppo visto che, da superfan quale è, li ha aiutati a ricordare qual è la loro essenza: riff caldi e bluesy accompagnati dall’ironia di Jagger.

Gli unici momenti ma-che-cazzo sono il rap nell’altrimenti ottima Covered in You, con McCartney al basso su un groove trascinante mentre Jagger dice qualcosa sul “vedere il bianco delle loro chiappe”, e una cover piuttosto convenzionale di You Know I’m No Good di Amy Winehouse. La cosa buona di quest’ultima è Jagger che imita con l’armonica la base di Mark Ronson. Mancano le lunghe jam, le escursioni notturne o la tempesta musicale di una Gimme Shelter, ma nel complesso il disco offre esattamente ciò che vogliono i fan degli Stones.

Come già accadeva in Hackney Diamonds, la lista degli ospiti è notevole: McCartney, Smith, Steve Winwood (al piano e all’organo), Benmont Tench degli Heartbreakers (all’organo) e Bruno Mars, che suona un campanaccio sostanzialmente impercettibile nella festa disco di Never Wanna Lose You. E di nuovo, come in Hackney Diamonds, l’apparizione più significativa è quella del compianto Charlie Watts in un pezzo registrato nel 2021 che ricorda Hang Fire e che si intitola Hit Me in the Head. Senza mancare di rispetto a Jordan, ma ha swing e un’altra forza.



È vero che a tratti il disco è un po’ troppo levigato, ma in buona sostanza in Foreign Tongues gli Stones sono fedeli al loro marchio di fabbrica o perlomeno all’idea che Charlie Watts aveva di come gli Stones devono suonare. Non ci sono per esempio beat alla Dust Brothers come in Bridges to Babylon. Jagger, Richards e Wood sanno che non supereranno mai la serie di capolavori che va da Beggars Banquet a Exile on Main St. (senza dimenticare Aftermath, Some Girls e Tattoo You), quindi perché non cercare di fare meglio di Dirty Work e Voodoo Lounge? Ci sono riusciti. La voce di Jagger è miracolosamente bella come quarant’anni fa e arriva perfino a cantare You Know I’m No Good in una tonalità più alta di quella usata da Amy Winehouse. E l’antica arte dell’intreccio chitarristico tra Richards e Wood produce trame strette, soprattutto in Ringing Hollow, e permette a entrambi di emergere qua e là con momenti di grande rilievo.

Per certi aspetti Foreign Tongues supera Hackney Diamonds, che a volte dava l’impressione di essere un disco solista di Jagger per l’enfasi posta sulle melodie vocali. Questo è incentrato maggiormente sulle chitarre ed è più autenticamente “stonesiano”. L’obiettivo, come ha spiegato Watt, era creare canzoni in grado di funzionare in uno stadio e sia il singolo In the Stars, sia Never Wanna Lose You funzionerebbero bene, qualora la band decidesse di andare in tour.

Come sempre, gli Stones danno il meglio quando si lasciano andare. In Jealous Lover, un soul-funk alla Emotional Rescue, Jagger lascia la sua amante perché troppo gelosa delle altre donne (e lui, per la cronaca, non dice mai di non averla tradita). In Mr Charm si cala con ironia nel ruolo del seduttore seriale, conquistando una donna ricca e dicendole che “la vita è troppo breve per limitarsi a fare soldi, fammi vedere come spenderli, tesoro” (c’è anche un momento in cui ammette la sua età, cosa rara, e confessa che se un tempo sognava di andare su Marte, oggi preferisce restare a casa a “fare anagrammi e sputare epigrammi”). E poi c’è Some of Us di Richards, una dichiarazione d’amore commovente le cui origini risalgono agli anni ’80: “Alcuni di noi sono in ginocchio, a supplicare, baby”. Nella sua voce c’è un’emozione profonda e una vulnerabilità che a tratti si intrecciano con quelle di Jagger, riflettendo un livello di dedizione che può nascere solo da un amore duraturo.

A proposito di amore duraturo, l’album si chiude con Jagger e Richards, che si conoscono da quando avevano 5 anni, che interpretano Beautiful Delilah di Chuck Berry con Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers alla grancassa da concerto. È un ritorno alle origini, un po’ come quando su Hackney Diamonds i Glimmer Twins facevano Rolling Stone Blues di Muddy Waters. Quando Jagger ha nuovamente incontrato Richards alla stazione di Dartford aveva con sé dischi di Waters e Berry, e il loro primo singolo in assoluto è stata una cover di Come On di Berry. Per quattro minuti tornano a essere i Blues Incorporated, la loro prima band. E si percepisce chiaramente che quella scintilla ha acceso un fuoco che arde ancora.


Jagger spera che gli Stones pubblichino altri album. Mentre lui e Richards si inoltrano sempre più nel loro nono decennio di vita (Wood compirà 80 anni il prossimo anno), è difficile non pensare che questo potrebbe essere il loro ultimo disco. Non lo sanno neanche loro. Ma se così fosse, Foreign Tongues sarebbe un finale all’altezza della loro leggenda.

 


sabato 6 giugno 2026

Keith Richards è ancora Keith Richards - Corrado Antonini

https://www.doppiozero.com/keith-richards-e-ancora-keith-richards

Il mondo del rock ce lo presenta da sempre come il ricercato numero uno, l’evaso dal carcere, colui che non bisognerebbe mai invitare al banchetto della cresima. Nel 2016, poche ore dopo l’annuncio del conferimento del premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan, in rete era apparso un meme che gli attribuiva questa rivendicazione: adesso a me spetta quello per la chimica.

Keith Richards, il rock nella peggiore delle ipotesi, sigaretta pendula, sguardo annebbiato dalle polverine e l’aria di chi se ne strafrega di tutto e di tutti. Le rughe che gli solcano il viso oggi prefiguravano già l’avviso segnaletico quando di anni ne aveva soltanto trenta. Come l’amico e compagno di spartito Mick Jagger, Richards fa ormai parte dell’allegra combriccola degli ultraottantenni del rock. Di Hackney Diamonds, e cioè l’ultimo disco dato alle stampe dagli Stones nell’ottobre del 2023, si può pensare quel che più garba, ma è difficile non strabuzzare gli occhi di fronte al fatto che oggi, primi mesi del 2026, l’età sommata dei tre membri storici rimasti – Jagger, Richards e Ronnie Wood – è di 242 anni, l’equivalente della durata del Regno dei Carolingi.

Anni fa, vedendo il film-documentario Shine a light di Martin Scorsese, cronaca di un concerto tenuto dai Rolling Stones al Beacon Theatre di New York, mi chiesi come fosse possibile che quegli attempati signori fossero ancora così credibili nel ruolo di rock star. Quando gli Stones sono su un palco non v’è motivo di credere che siano nel posto sbagliato o che vi stiano rifilando un che di artificioso o di anacronistico. Nessuno può insinuare che abbiano mai tradito l’autenticità del ruolo, anche quando Richards, le dita deformate dall’artrite, si limita ad accarezzare la chitarra anziché suonarla, sfoggiando un ghigno fra l’allusivo e il divertito che par dire: che io suoni o meno ormai fa lo stesso. Partendo dal presupposto che il patto col diavolo pertiene al solo Robert Johnson, gli Stones rispetto alla maggior parte delle rock band che perdono i capelli e incrementano il girovita, restano ciò che in fondo sono sempre stati: dei bluesman travestiti da rock star. A salvarli dall’obsolescenza o soltanto dal ridicolo è il blues, non i saltelli di Mick Jagger o l’aura da Long John Silver di Keith Richards. Non c’è bluesman che non sia invecchiato con dignità, e la credibilità degli Stones è sempre parsa tale anche in virtù del fatto che il blues innerva la loro musica anche quando non lo suonano: gli Stones sono blues, mai avuto niente a che fare col pop, anche quando gli strizzano l’occhio.

Bandane che avrebbero potuto stare in fronte a Sandokan, anelli col teschio, sgargianti foulard, mise leopardate, eyeliner nero, collanine e orecchini, borchie, farfallini, cravatte allentate, petto nudo oppure sfoggiante pellicce degne di Wanda Osiris, per non dire dell’immancabile Zippo da incendiario, Keith Richards negli anni non si è fatto mancare nulla. È involontariamente diventato un’icona della trasandatezza chic, prototipo del look boho-rock poi sublimato da Steven Tyler degli Aerosmith e da Lenny Kravitz, testimonial di un’incuria che attesta di una marginalità intenzionale oltre che, forse, di una visione del mondo; musa piratesca che ispirò il Jack Sparrow di Johnny Depp, e da decenni l’archetipo della rock star maledetta. Ma passano gli anni e Keith Richards è sempre lì: la cenere della sigaretta perennemente in procinto di cadere sulla moquette, il centomilionesimo riff di chitarra che gli scava in volto l’ennesimo crepaccio, i capelli arruffati e la cintura di sbieco. Ogni tanto le agenzie battono una notizia: Keith Richards che cade da un albero di cocco; Keith Richards che sniffa le ceneri del padre (beh, che altro avrebbe dovuto fare?); Keith Richards che annuncia di aver smesso di bere. Sarà vero? Il fan accoglie queste notizie con un’alzata di spalle e un gesto di sufficienza. Sommersi dalle campagne di sensibilizzazione contro il fumo passivo passiamo in rassegna le copertine dei dischi degli Stones chiedendoci chi mai avrà imboccato la strada sbagliata, se lui, l’eterno bad boy del rock, oppure noi, che avremmo tanto voluto nascondergli il pacchetto di sigarette perché non ci lasciasse anzitempo.

Dire del volto scavato di Keith Richards senza almeno accennare alle labbra di Mick Jagger lascerebbe però nell’incompiutezza. Ogni medaglia ha due facce, e ogni ciurma, come insegnano i gruppi di rock, ha il suo yin e il suo yang. Le tumide labbra di Jagger nel corso degli anni si sono assottigliate, perdendo molta della loro adolescenziale predisposizione al bacio, ma non possiamo dimenticare che quelle labbra a suo tempo dischiusero una lingua indecente che finì esibita ovunque, su accendini, tappetini del mouse, lunotti posteriori delle macchine, cappellini, portachiavi, magliette, maglioni, spille, poster, sfondi di computer e chi più ne ha più ne metta. Uno sberleffo fattosi logo, un marchio di fabbrica (™) capace di rappresentare come meglio non si poteva l’essenza e lo spirito della band. Più che di musica quelle labbra e quella lingua potrebbero raccontare una storia del costume e del merchandising. Si presentarono da subito come un richiamo alla dissidenza, un avamposto di ribellione, un emblema di anti-conformismo diretto e facile da decifrare; oggi, per gli irrudicibili o i semplici ritardatari, quelle labbra e quella lingua mantengono forse in vita l’illusione di non aver perso per sempre la propria giovinezza. A pensarci bene non c’è gesto più infantile e leggibile che mostrare la lingua: un bambino di fronte alla minestra o un adolescente davanti all’autorità; mangiatela voi questa roba. L’equivalente del bleah! nei Peanuts, e guarda caso la prima volta che Charles Schulz affidò l’espressione bleah! ai suoi personaggi fu nel 1965, poche settimane prima della pubblicazione di (I can’t get no) Satisfaction degli Stones.

Prima di venire a sua volta immortalato come brand della controcultura, Keith Richards ha avuto il merito di profilarsi come il miglior chitarrista non virtuoso del rock. La sua chitarra è sempre stata al servizio delle canzoni e, prima ancora, della band. Richards non ha mai incarnato la figura del guitar hero comunemente inteso, gente come Jimmy Page o Eric Clapton (Clapton is God, si leggeva sui muri di Londra a metà anni ‘60), Ritchie Blackmore o Jeff Beck, per non parlare di Jimi Hendrix. Proprio come John Lennon o George Harrison, Ray Davies e il fratello Dave dei Kinks, Hilton Valentine degli Animals, Chris Dreja degli Yardbirds o Steve Marriott degli Small Faces, la chitarra di Keith Richards ha sempre assolto una funzione meno pirotecnica, essenziale però alla quadratura del sound degli Stones. Quale? Condensato in una formula: riff, andamento e ritmo. Che questo fosse dovuto a un limite tecnico o al carattere schivo, poco importa. Ciò che conta è che Keith Richards è quasi sempre stato, al pari di tutti gli altri membri dei Rolling Stones, un membro dei Rolling Stones e basta, nonché l’autore, in doppia firma con Jagger, di tutti i loro successi. Il riff di (I can’t get no) Satisfaction, elementare come pochi, ha determinato la musica degli anni ‘60 più di tanti virtuosismi che avevano come scopo principale quello di sbalordire. Nel tempo Richards ha perso la timidezza e la durezza dei modi; la sua maschera di tossica introversione si è ammorbidita con l’età. Adesso è un anziano signore che non fa che scherzare, forse stupito di come il titolo di principe degli strafatti abbia acquisito nel tempo una nobiltà più presentabile, fregiandolo di una pertinenza estetica se non proprio di una rettitudine morale. Da scellerato del sottosuolo a monarca da copertina, da patriarca degli abissi a feticcio di una trasgressione sostenibile, apparentemente priva di conseguenze – o quantomeno non tale da impedirgli di diventare nonno. Chi l’avrebbe mai detto a metà degli anni ’70?

Reiterare i cliché su Keith Richards – faccia da bucaniere, fuorilegge torturato, totem del rock eccetera, quanto esposto fin qui, in sostanza – può sembrare un esercizio scontato e privo di interesse, la maledetta leva su cui chiunque scrive di Richards s’appoggia per dare pepe al racconto, spesso minimizzando o dimenticando i meriti del musicista: l’intensità del fraseggio, la capacità di circostanziare emotivamente una canzone in modo viscerale ma al tempo stesso misurato, delineandone insieme il perimetro e il nucleo pulsante, lasciando semmai a Jagger il compito di turbare l’equilibrio dell’ascoltatore; il fatto è che la maschera di Keith Richards e tutto quanto gli è fiorito intorno sono la rappresentazione del rock nella migliore delle ipotesi. “Credo che in un certo senso la tua personalità, la tua immagine, come veniva chiamata una volta, sia come una palla al piede” scriveva Richards in Life, la sua autobiografia. È sicuramente vero, ed è altrettanto vero che non deve essere stato facile controllare o soltanto tollerare la proiezione di quella parte di sé nel mondo. “L'immagine è come una lunga ombra”, scriveva anche. Difficile dargli torto, a maggior ragione se indugiare nei pressi di quell’ombra è quanto facciamo da sempre, consapevoli del cliché ma incapaci di sottrarcene.

Keith Richards, oltre all’impegno con i Rolling Stones, ha avuto anche il merito di registrare dei dischi a suo nome. Il primo, pubblicato nel 1989, Talk is cheap, non ha nulla da invidiare ai migliori lavori degli Stones, un disco che dà la misura di come l’originalità della band, giustamente celebrata come l’esito di uno sforzo collettivo, fu tale anche perché dietro quel lavoro v’erano delle personalità e un talento individuale messi al servizio del gruppo. Appena due anni fa, in una delle sue ultime apparizioni pubbliche, Keith Richards ha reso omaggio a Lou Reed nel giorno del suo compleanno, interpretando I’m waiting for the man (poi uno se la va anche a cercare, hai voglia a deplorare il perpetuarsi di una certa immagine di sé nel mondo, ma se c’è qualcuno che ancora oggi immagineremmo a cantare di un tale in piedi in un vicolo, ventisei dollari in mano, in attesa dello spacciatore, quello è proprio Keith Richards).

Questo è un articolo che si sarebbe potuto scrivere negli anni ’80 o negli anni ’90 nel Novecento, un secolo fa. Non ci dice nulla che già non sapevamo. Keith Richards è ancora Keith Richards, e lo sarà probabilmente per sempre: un personaggio di Jacovitti che suona la chitarra. Se poi a un alieno in visita un giorno venisse il capriccio di capire il rock, accanto all’inquadratura stretta del bacino di Elvis o agli strilli delle ragazzine di fronte a John, Paul, George e Ringo, si dovrà per forza presentare anche una fotografia di Keith Richards. Nessun commento, nessuna spiegazione, nessuna attenuante. La sua faccia e un riff sgangherato basteranno a convincere l’extraterrestre che il genere umano non era poi tutto da buttare.

The Rolling Stones, Sympathy for the devil

mercoledì 6 maggio 2026

Rolling Stones - Foreign Tongues - Press Conference - Foto


8 cose che abbiamo imparato alla festa di lancio dell'album dei Rolling Stones con Conan O'Brien

https://www.rollingstone.com/music/music-features/rolling-stones-album-conan-obrien-things-learned-1235558323/

Mick Jagger si è ringiovanito digitalmente per un video con Odessa A'zion, gli Stones hanno realizzato l'album in un solo mese, quattro delle canzoni provengono da sessioni precedenti e non c'è nemmeno un accenno a un tour.

Di ANDY GREENE



 


The Rolling Stones - Foreign Tongues | Album Trailer


 

https://x.com/RollingStones/status/2050894979489259552?s=20

The Rolling Stones - In The Stars