Preparatevi: il 10 luglio uscirà un disco migliore di ‘Hackney Diamonds’. Mick Jagger, Keith Richards e Ronnie Wood sanno ancora come si fa e il produttore Andrew Watt è l’uomo che li tiene sulla retta via del rock
DI KORY GROW
In Divine Intervention, un pezzo su come ignorare l’apocalisse contenuto nel 25esimo album dei Rolling Stones, Mick Jagger confessa che a un certo punto era talmente preoccupato della fine del mondo da arrivare a consultare una sensitiva a Hollywood. “Le ho chiesto: qual è il mio futuro? Beh, lei ha vomitato”, canta su un boogie chitarristico che richiama Some Girls. Il messaggio del ritornello è che, anche quando il mondo sta finendo, “i valori distopici sono troppo bollenti per essere gestiti, e io me ne andrò in una fiammata”. Ecco, questo sì che è il Mick che conosciamo.
Dopotutto, l’uomo che ha cantato sia Time Is on My Side che Time Waits for No One, lo stesso che una volta ha detto che avrebbe preferito morire piuttosto che continuare a cantare Satisfaction a 45 anni, non ha mai dato l’impressione di preoccuparsi granché del futuro. Jagger, che dopo l’uscita del disco il 10 luglio compirà 83 anni, gli ha sempre preferito il presente. Negli anni ’60 mentre Paul McCartney elaborava la fine di una relazione in Yesterday, Jagger liquidava la sua ex in Yesterday’s Papers. E se oggi nel suo ultimo album McCartney guarda con nostalgia ai ragazzi di Dungeon Lane, i ragazzi che si sono incontrati alla stazione di Dartford sembrano pensare ad altro, più interessati agli affari del mondo che ai ricordi del passato.
Ringing Hollow, un country-rock che fa venire in mente l’influenza esercitata da Gram Parsons sugli Stones, è una specie di lettera di addio di Jagger e Keith Richards agli Stati Uniti. “Ero follemente innamorato di te / Prima ancora di incontrarti”, canta Jagger. “Ho visto tutti i tuoi film / Ho fumato le tue sigarette”. Ma ora, continua, la Statua della libertà ha un’espressione corrucciata. Il testo è pieno di osservazioni ironiche e pungenti come “lasciate che i sognatori facciano il sogno che vogliono, la mia battuta preferita / Quindi fate girare il Fentanyl / Fate girare la coca… Quando le voci vengono soffocate / Voglio urlare a squarciagola”. Wow. Gli Stones amano ancora i loro fan americani, ma come in Sweet Neo Con, Undercover of the Night e Street Fighting Man, quando vedono un’ingiustizia non stanno zitti.
In Divine Intervention, una delle migliori canzoni di Foreign Tongues impreziosita da un bellissimo assolo blues di Ronnie Wood, Jagger descrive “miliardari che si fuggono in modo frenetico verso i loro rifugi nel cielo”. In Covered in You rappa che è “stanco di tutti questi autocrati, sembrano moltiplicarsi come una frotta di sudici ratti coi loro missili in parata”. Non cita mai il nome di Donald Trump, ma lancia una frecciata a uno dei suoi alleati in Mr Charm in cui chiama il primo uomo al mondo ad avere un patrimonio superiore ai mille miliardi “mad mogul Mr. Musk”.
In Never Wanna Lose You, un pop-rock con un basso funky e Robert Smith dei Cure ai sintetizzatori, Jagger mostra l’altro lato della vita dicendo alla sua amante che vivrebbe con lei persino a Napoli – o forse è Naples, Florida, visto che parla di un parcheggio fatiscente per roulotte. Diceva Aristotele che la politica è in fin dei conti la lotta tra poveri e ricchi (e, cosa tipica di Jagger, quest’uomo di ricchezza e gusto non accenna mai al fatto che lui e i suoi compagni di band sono multimilionari).
Tre anni fa Hackney Diamonds aveva il sapore del grande ritorno, essendo il primo album di materiale originale in quasi due decenni. Ed era ottimo. Alla band, che comprende anche il bassista Darryl Jones e il batterista Steve Jordan, ha fruttato un Grammy e ne ha consolidato lo status di più longevi hitmaker d’Inghilterra. Foreign Tongues, che probabilmente raccoglie alcuni brani rimasti allo stato embrionale durante le session di Hackney Diamonds, dà l’impressione di essere la continuazione del lavoro del gruppo e lo dico in senso positivo, perché il metodo di registrazione ha prodotto risultati altrettanto efficaci.
Tra le 14 canzoni ci sono pezzi rock tiratissimi (Hit Me in the Head, Rough and Twisted), ballate teatrali (Back in Your Life, l’eccellente Some of Us di Richards), cuori infranti in discoteca (Jealous Lover, Never Wanna Lose You), country da honky-tonk (Ringing Hollow) e una valanga di riff alla Chuck Berry (anche letteralmente, nella cover rispettosa di Beautiful Delilah). Nessuna svolta strana, zero esperimenti pop: solo il piacere rassicurante del loro classico stile.
Dopotutto, i Rolling Stones sanno perfettamente come deve suonare un loro disco. Restano fedeli al blues, all’R&B e al primo rock’n’roll e, nel caso rischino di deragliare, arriva Andrew Watt – già alla guida di Hackney Diamonds – a rimetterli nella giusta direzione. Oltre ad essere nominato come produttore ha ottenuto anche alcuni crediti, cosa rara, come autore al fianco di Jagger e Richards, ma forse avrebbe meritato anche quello di coscienza del gruppo visto che, da superfan quale è, li ha aiutati a ricordare qual è la loro essenza: riff caldi e bluesy accompagnati dall’ironia di Jagger.
Gli unici momenti ma-che-cazzo sono il rap nell’altrimenti ottima Covered in You, con McCartney al basso su un groove trascinante mentre Jagger dice qualcosa sul “vedere il bianco delle loro chiappe”, e una cover piuttosto convenzionale di You Know I’m No Good di Amy Winehouse. La cosa buona di quest’ultima è Jagger che imita con l’armonica la base di Mark Ronson. Mancano le lunghe jam, le escursioni notturne o la tempesta musicale di una Gimme Shelter, ma nel complesso il disco offre esattamente ciò che vogliono i fan degli Stones.
Come già accadeva in Hackney Diamonds, la lista degli ospiti è notevole: McCartney, Smith, Steve Winwood (al piano e all’organo), Benmont Tench degli Heartbreakers (all’organo) e Bruno Mars, che suona un campanaccio sostanzialmente impercettibile nella festa disco di Never Wanna Lose You. E di nuovo, come in Hackney Diamonds, l’apparizione più significativa è quella del compianto Charlie Watts in un pezzo registrato nel 2021 che ricorda Hang Fire e che si intitola Hit Me in the Head. Senza mancare di rispetto a Jordan, ma ha swing e un’altra forza.
È vero che a tratti il disco è un po’ troppo levigato, ma in buona sostanza in Foreign Tongues gli Stones sono fedeli al loro marchio di fabbrica o perlomeno all’idea che Charlie Watts aveva di come gli Stones devono suonare. Non ci sono per esempio beat alla Dust Brothers come in Bridges to Babylon. Jagger, Richards e Wood sanno che non supereranno mai la serie di capolavori che va da Beggars Banquet a Exile on Main St. (senza dimenticare Aftermath, Some Girls e Tattoo You), quindi perché non cercare di fare meglio di Dirty Work e Voodoo Lounge? Ci sono riusciti. La voce di Jagger è miracolosamente bella come quarant’anni fa e arriva perfino a cantare You Know I’m No Good in una tonalità più alta di quella usata da Amy Winehouse. E l’antica arte dell’intreccio chitarristico tra Richards e Wood produce trame strette, soprattutto in Ringing Hollow, e permette a entrambi di emergere qua e là con momenti di grande rilievo.
Per certi aspetti Foreign Tongues supera Hackney Diamonds, che a volte dava l’impressione di essere un disco solista di Jagger per l’enfasi posta sulle melodie vocali. Questo è incentrato maggiormente sulle chitarre ed è più autenticamente “stonesiano”. L’obiettivo, come ha spiegato Watt, era creare canzoni in grado di funzionare in uno stadio e sia il singolo In the Stars, sia Never Wanna Lose You funzionerebbero bene, qualora la band decidesse di andare in tour.
Come sempre, gli Stones danno il meglio quando si lasciano andare. In Jealous Lover, un soul-funk alla Emotional Rescue, Jagger lascia la sua amante perché troppo gelosa delle altre donne (e lui, per la cronaca, non dice mai di non averla tradita). In Mr Charm si cala con ironia nel ruolo del seduttore seriale, conquistando una donna ricca e dicendole che “la vita è troppo breve per limitarsi a fare soldi, fammi vedere come spenderli, tesoro” (c’è anche un momento in cui ammette la sua età, cosa rara, e confessa che se un tempo sognava di andare su Marte, oggi preferisce restare a casa a “fare anagrammi e sputare epigrammi”). E poi c’è Some of Us di Richards, una dichiarazione d’amore commovente le cui origini risalgono agli anni ’80: “Alcuni di noi sono in ginocchio, a supplicare, baby”. Nella sua voce c’è un’emozione profonda e una vulnerabilità che a tratti si intrecciano con quelle di Jagger, riflettendo un livello di dedizione che può nascere solo da un amore duraturo.
A proposito di amore duraturo, l’album si chiude con Jagger e Richards, che si conoscono da quando avevano 5 anni, che interpretano Beautiful Delilah di Chuck Berry con Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers alla grancassa da concerto. È un ritorno alle origini, un po’ come quando su Hackney Diamonds i Glimmer Twins facevano Rolling Stone Blues di Muddy Waters. Quando Jagger ha nuovamente incontrato Richards alla stazione di Dartford aveva con sé dischi di Waters e Berry, e il loro primo singolo in assoluto è stata una cover di Come On di Berry. Per quattro minuti tornano a essere i Blues Incorporated, la loro prima band. E si percepisce chiaramente che quella scintilla ha acceso un fuoco che arde ancora.
Jagger spera che gli Stones pubblichino altri album. Mentre lui e Richards si inoltrano sempre più nel loro nono decennio di vita (Wood compirà 80 anni il prossimo anno), è difficile non pensare che questo potrebbe essere il loro ultimo disco. Non lo sanno neanche loro. Ma se così fosse, Foreign Tongues sarebbe un finale all’altezza della loro leggenda.
























